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18/07/2025
Nonostante i parallelismi evidenti con quanto avvenuto in seguito ai Plaza Accords del 1985, le preoccupazioni per un calo eccessivamente rapido e marcato del dollaro statunitense appaiono esagerate
Il 90% delle transazioni sul mercato valutario avviene in dollari statunitensi, con circa 7.500 miliardi di USD scambiati ogni giorno sui mercati FX. A livello internazionale, il 58% delle riserve è detenuto in dollari. Il dollaro USA resta dunque la principale valuta globale. Tuttavia, sta attraversando attualmente una fase di debolezza che ricorda il periodo dell’Accordo del Plaza negli anni ’80.
Nel 1985, il dollaro si era apprezzato del 44% rispetto a un paniere di valute principali nell’arco di cinque anni, spinto da una combinazione di politica monetaria restrittiva e politica fiscale espansiva negli Stati Uniti. Questo forte incremento del valore del dollaro aveva messo sotto pressione il settore manifatturiero americano, rendendo costose le esportazioni e convenienti le importazioni, contribuendo così anche all’aumento del disavanzo di bilancio, che nel 1984 aveva raggiunto i 112 miliardi di USD.
In risposta, nel 1985 i Paesi del G5 – Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone – siglarono l’Accordo del Plaza con l’obiettivo congiunto di indebolire il dollaro e stimolare la domanda interna in Giappone e Germania. La strategia si rivelò efficace: entro il 1987, il dollaro si era deprezzato del 40%, mentre marco tedesco e yen si erano notevolmente apprezzati. Nel 1991, il disavanzo di bilancio degli Stati Uniti si era ridotto a 30 miliardi di USD.

Il nostro Grafico della Settimana evidenzia come il marcato calo del dollaro nel 2025 stia seguendo un andamento simile a quello registrato nella fase iniziale dell’“Accordo del Plaza” del 1985. Esistono parallelismi con il passato che fanno ipotizzare un proseguimento della fase di deprezzamento del dollaro nei prossimi anni. L’attuale presidente degli Stati Uniti è focalizzato sul rafforzamento del settore manifatturiero e sulla riduzione del deficit commerciale. Parallelamente, l’incertezza politica negli USA è in aumento e le banche centrali stanno gradualmente riducendo le proprie riserve in dollari a favore di oro, euro o yuan cinese. Nel frattempo, i Paesi europei stanno attivamente stimolando le proprie economie.
Tuttavia, la tendenza al ribasso del dollaro potrebbe non essere così marcata o rapida come nel 1985, principalmente perché oggi non esistono accordi coordinati e transnazionali volti ad indebolire la valuta. Al contrario, il cambiamento nel valore del dollaro sembra essere guidato da un mutato sentiment degli investitori, con crescenti dubbi sul ruolo degli Stati Uniti come porto sicuro che stanno determinando una riallocazione dei capitali.
«Stiamo monitorando attentamente l’andamento del dollaro, ma al momento non rileviamo rischi concreti di una svalutazione massiccia e improvvisa», spiega Xueming Song, Strategist valutario di DWS. Il dollaro rimane la valuta globale per eccellenza grazie all’elevata liquidità, al suo status di moneta più scambiata al mondo, alle dimensioni dell’economia statunitense e alla profondità ed efficienza dei suoi mercati finanziari. Al momento, non esiste una singola alternativa realistica in grado di sostituirlo.
Le nostre previsioni di lungo termine ipotizzano un indebolimento graduale della valuta statunitense, ma non una svalutazione drammatica paragonabile a quella dell’“Accordo del Plaza”.