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10/04/2026
Quando si parla di petrolio, sono i picchi di prezzo ad attirare l’attenzione. Tuttavia, il loro effetto più duraturo potrebbe essere rappresentato dalla domanda che scompare e che non torna pienamente ai livelli precedenti.
Nel marzo del 1918, pochi mesi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Vladimir Il’ič Lenin affermò con chiarezza che, nell’arco di giorni, mesi e settimane la Russia aveva attraversato fasi storiche che ad altri Paesi avevano richiesto decenni. I mercati petroliferi possono offrire una dinamica simile, come mostra il nostro Grafico della Settimana.
La linea del grafico rappresenta il prezzo del Brent corretto per l’inflazione (ossia in termini reali) nel tempo. Da questa prospettiva, il recente movimento appare significativo, ma non eccezionale. Anche dopo il più recente shock in Medio Oriente, i prezzi reali del petrolio risultano infatti meno estremi rispetto ad alcuni picchi registrati in passato.
Le barre raccontano però la parte più interessante della storia. Esse rappresentano la quota di ciascun trimestre sul totale del “tempo di negoziazione”, utilizzando una proxy pratica basata sulla volatilità realizzata. In altre parole, i periodi caratterizzati da forti oscillazioni giornaliere assorbono una quota sproporzionata dello stress di mercato. Questo aspetto è rilevante perché gli shock petroliferi non si limitano ad aumentare il prezzo alla pompa: possono modificare i comportamenti economici. Quando la volatilità si concentra, famiglie, case automobilistiche e regolatori smettono di considerare il petrolio come un input stabile e iniziano a percepirlo come un fattore di rischio. Gli shock petroliferi degli anni Settanta contribuirono ad accelerare i guadagni di efficienza e i processi di sostituzione energetica. Uno shock prolungato oggi favorirebbe verosimilmente la diffusione dei veicoli elettrici (EV), delle pompe di calore e di altre forme di elettrificazione. In questo senso, distruzione della domanda ed elettrificazione non rappresentano fenomeni alternativi, bensì due componenti dello stesso processo di aggiustamento sul lato della domanda.
Il petrolio presenta inoltre una peculiarità ulteriore. L’offerta non reagisce sempre come avviene nei mercati delle commodity puramente competitivi e orientati al profitto. L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) continua infatti a rappresentare circa un terzo della produzione mondiale di greggio, circa la metà del petrolio scambiato a livello internazionale e quasi l’intera capacità produttiva inutilizzata disponibile, mentre le compagnie petrolifere nazionali mantengono un ruolo dominante in molti Paesi produttori. Ciò implica che, accanto alla logica di profitto, possono incidere anche incentivi fiscali e strategici, contribuendo a prolungare le tensioni di mercato anche dopo lo shock iniziale.
“Tutto ciò dimostra quanto sia importante guardare oltre i titoli di giornata”, osserva Darwei Kung, Head of Investment Strategy Liquid Real Assets di DWS. “Il concetto di trading time evidenzia che, sebbene lo stress complessivo rimanga inferiore rispetto agli estremi del passato, esso risulta fortemente concentrato in brevi intervalli. Nel mercato petrolifero, anche una turbolenza moderata — se compressa in poche settimane — può avere un impatto sproporzionato sui comportamenti e sulla domanda.”
Poche settimane di elevata volatilità possono produrre effetti equivalenti a quelli di anni di aggiustamento graduale. E quando ciò accade, il risultato più duraturo non è necessariamente un prezzo strutturalmente più elevato, bensì una minore propensione al consumo di petrolio stesso. O, per dirla con Lenin, gli shock petroliferi equivalgono a distruzione della domanda più elettrificazione.

* La quota del tempo totale di contrattazione è calcolata come la quota, per ciascun trimestre, della varianza realizzata totale
Fonti: Bloomberg Finance L.P., DWS Investment GmbH in data 31/03/2026
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